Saggio
Amore

Lo Stato della Nostra Disconnessione

Illustrazione di un uomo in una strada buia che guarda il telefono sotto insegne al neon con le scritte Amore, Sesso e Felicità

Viviamo in un’epoca in cui la maggior parte dei modi collaudati di conoscere persone nel mondo reale è stata sostituita da app di incontri basate sull’aspetto.

Mi manca il modo in cui ci si frequentava una volta. Quando crescevo in Germania, la gente conosceva altra gente tramite amici, o in un bar, o anche solo incrociandosi per strada; gli sguardi si agganciavano, o uno dei due accennava un sorriso; attaccavi discorso e poi magari vi davate appuntamento: qualcosa da bere, qualcosa da mangiare, forse un ballo. Se vi piaceva stare insieme, l’appuntamento era considerato un successo. Potevi persino chiudere la serata con un bacio, un segno che eravate interessati l’uno all’altra e che volevate rivedervi. Frequentavi una persona alla volta, portando ogni relazione fino in fondo. Continuavate a vedervi finché non decidevate di diventare amici, o di non vedervi mai più, o di diventare qualcosa di più. Non era raro incontrare persone che volevano aspettare il matrimonio prima di fare sesso per la prima volta. C’è stato un tempo in cui non era un’idea così assurda!

La tecnologia ci ha permesso di saltare molti di questi rituali di corteggiamento. Le app di incontri ci abbinano a persone geograficamente vicine e ci lasciano guardare foto con occhi vuoti e scorrere a sinistra o a destra senza pensare. Secondo me, app come Tinder sono la cosa peggiore che sia mai capitata all’amore.

In sostanza, rendono le nostre relazioni usa e getta.

Su queste app non sei una persona; sei un’immagine. L’esperienza delle app di incontri può desensibilizzarci e istupidirci; può ridurci ai nostri corpi, e l’impatto negativo dell’oggettificazione reciproca che viviamo sulle app di incontri filtra nel mondo analogico.

Le app di incontri di oggi ci danno troppo potere e troppo controllo; permettono troppa premeditazione e pianificazione per qualcosa che non può essere predeterminato. L’eccesso di scelta sulle app di incontri ha creato anche diverse conseguenze negative. Innanzitutto, risveglia in noi un istinto quasi animale di scegliere un potenziale partner in base a un’attrazione superficiale invece che a un interesse ponderato. Ci permette anche di mantenere l’illusione che ci sia sempre qualcuno di meglio là fuori, dietro l’angolo. Conosco persone che fissano più appuntamenti nello stesso giorno per essere più efficienti con la propria vita.

Gli appuntamenti orientati alla prestazione sono diventati una pratica vera e propria.

Dio non voglia che passiamo troppo tempo con qualcuno che non è la persona giusta. Dev’essere un’esternalità della prigione-libertà dell’individualismo che la società occidentale ha creato: solo qui, in una società che ci ha concesso un grado straordinario di libertà — la libertà di fare della nostra vita ciò che vogliamo, a cui possiamo attribuire molte virtù e che ha molto da offrire — solo qui è persino possibile che sosteniamo la contraddizione devastante di essere soli in un mondo di iperconnessione.

Non è mai stato così facile entrare in contatto con altre persone, non abbiamo mai avuto così tante persone tra cui scegliere da amare, e forse è proprio questa possibilità e questa scelta a rendere il nostro senso di solitudine più acuto, più presente e più reale.

Nel suo piccolo romanzo, strano e affascinante, The Answers, Catherine Lacey offre una visione distopica dell’amore nel XXI secolo. Mary, una trentenne indebitata e malata che vive a New York, accetta un nuovo lavoro come partecipante a un esperimento pseudoscientifico sull’amore per pagarsi le cure. Nell’esperimento, Mary interpreta la Fidanzata Emotiva di un grande attore di Hollywood; altre donne interpretano la Fidanzata Intellettuale, la Fidanzata Arrabbiata e la Fidanzata Materna, ed entrano ed escono dalle scene in momenti diversi. Tutte le partecipanti allo studio sono collegate a dei sensori per trasmettere in tempo reale ciò che provano; il gruppo di ricerca dietro lo studio, a sua volta, ha la capacità di manipolare le sostanze chimiche nel loro cervello per produrre determinate risposte emotive.

Tutto questo al servizio di uno studio che vuole capire se sia possibile raggiungere uno stato prolungato di limerenza — lo stato fisiologico e psicologico di un corpo mentre si innamora. Forse non sorprende che lo studio sia destinato a fallire; alla fine il romanzo non offre risposte, ma rivela, man mano che la storia si dipana, tutti i modi in cui proiettiamo il desiderio sugli altri, come recitiamo certi ruoli delle persone che pensiamo risulteranno desiderabili agli altri, come ci siamo spogliati della nostra vita emotiva in favore di quella materiale e tecnologica — e i costi fisici e psicologici di tutto ciò. Quello che ci resta, e non è esattamente incoraggiante, è un ritratto inquietante del nostro isolamento moderno e una comprensione più precisa di come la tecnologia, invece di avvicinarci, riveli le enormi distanze tra noi.

È un libro inquietante, ma è stato anche una sorta di tonico per la mia attuale frustrazione verso le app di incontri. Mi ha fatto chiedere se ci fosse un’altra strada, se ci fosse un altro modo di vedere la questione.

Qualche settimana fa sono uscito in un bar con amici. Era un bar gay nel Castro; bandiere arcobaleno e poster di uomini intimidatori, sudati e a torso nudo, tappezzavano le pareti. Forse è solo immaginazione, ma di notte i bar gay mi sembrano sempre assumere una tonalità rossastra, come luce filtrata attraverso la ruggine o il sangue. Anche entrando dalla strada, sembra di entrare in un club segreto, o nella fantasia oscura di uno sconosciuto.

È in questo bar underground-ma-non-underground che mi sono buttato, stanco e impaziente allo stesso tempo. Un’altra notte a galleggiare sul sogno di qualcun altro, un altro viaggio spinto dalla speranza dell’amore e sorretto dall’ottimismo che, se questa volta ne fossi uscito indenne, forse non avrei mai più dovuto tornare qui.

Può sembrare cinico, ma non lo intendo così. I bar gay hanno uno scopo fondamentale come spazi in cui riunirci e formare una comunità, ma, detto in parole semplici, quella sera non cercavo un senso di comunità con i miei simili — ho amici gay, dopotutto; cercavo l’amore; volevo la cosa che avrebbe sollevato la solitudine dal fondo di me.

L’amore, quel faro che mi avrebbe riportato a casa attraverso la tempesta.

E poi l’ho visto. Be’, all’inizio solo i suoi occhi. I miei occhi si sono agganciati ai suoi in un momento di intensità che frantumava il mondo e fermava il tempo, come se mi fossi trovato davanti a un film perduto, condensato in poche strisce di tutti i miei ricordi d’infanzia, ormai dimenticati, in colori travolgenti, che sfrecciavano davanti alle mie pupille. Era uno sguardo con la forza di dare fuoco al granito. Era così consapevole, quello sguardo, misterioso e ipnotico e al tempo stesso familiare, con un guizzo di pericolo. Dovevo conoscerlo. Ma non osavo distogliere gli occhi, figuriamoci avvicinarmi; ero immobilizzato nella cornice dell’attrazione.

Il poeta tedesco dell’Ottocento Rainer Maria Rilke scrisse dell’amore come di un toccarsi delle anime (un’idea poi immortalata da Joni Mitchell), e in quel momento, senza uno schermo di mezzo, senza aspettarmi niente e tutto, presente ai miei desideri e consapevole per la prima volta (o almeno per la prima volta dopo tanto tempo) che poteva esserci un solo contenitore per essi, un solo oggetto, quella persona in piedi a due metri da me, con un gin tonic tra le mani in un bar squallido di Market Street, ho pensato: se l’amore è toccare le anime, allora il desiderio è vederle per la prima volta.

Un volto può dirti di una persona più di qualsiasi cosa quella persona ti racconterà del suo passato o del suo futuro. In un volto puoi leggere una biografia della solitudine, una geografia del desiderio. Per guardare davvero qualcuno, per vedere davvero qualcuno, devi essere disposto tu stesso a farti vedere, non come la persona che vuoi che il mondo veda, ma come la persona che hai dentro, il te non pianificato, non levigato, il te messo a nudo. Ecco perché quel momento nel bar mi è rimasto così nitido dopo tutti questi mesi.

Non sono finito con lui; non ho ancora le risposte, ma quella notte mi ha dato nuova energia. Vedendo l’anima di un’altra persona esposta così, anche solo per un istante fugace, capisci che l’amore non è una questione di probabilità; non è un problema da progettare o risolvere, ma la disponibilità a lasciarsi cambiare davanti a un’altra persona, un abbandonarsi alle mani dello scultore.

L’amore non è una questione di probabilità; non è un problema da progettare o risolvere, ma la disponibilità a lasciarsi cambiare davanti a un’altra persona.

Love, Orkut

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